sabato 18 giugno 2011

CAPITOLO 17

Sul cellulare di Luca non c’erano chiamate che potessero aiutare le indagini a parte la solita anonima proveniente da una cabina telefonica; se potevano esserci dei dubbi sulla connessione con le altre due vittime, questo ultimo particolare le cancellava di colpo.
“Commissario c’è il giudice Ferrara che vuole parlare con lei, lo faccio passare?” era strano che arrivasse il giudice nel suo ufficio e soprattutto era molto strano che non si trattasse di Carrara, ormai lavorava ai suoi casi da tempo: “certo che puoi farlo passare, che domande Berti”.
Matteo Ferrara era un uomo sulla quarantina molto affascinante e zelante ma soprattutto non ci teneva alle regole ed all’etichetta, dopotutto anche la sua idea di venire al commissariato e non convocare Becca nel suo ufficio dimostrava che aveva ben poco di rigido nei suoi modi di pensare. “Commissario, è da molto che non ci si vede” esordì mettendosi a sedere sulla poltrona di fronte a quella di Becca: “già è da  molto, non sapevo che fosse lei ad occuparsi del caso, pensavo se ne stesse occupando il giudice Carrara”- “in effetti fino ad un po’ di tempo fa era così ma poi si è allontanato, aveva bisogno di vacanza, almeno così ci ha detto, comunque torniamo a noi commissario, si rende conto che la situazione quantomeno le è sfuggita di mano, la paura della gente è palpabile, i giornali ci stanno massacrando e tra poco chiunque abbia un tatuaggio a forma di tre deciderà di scappare all’estero, questo suo allontanamento dall’opinione pubblica non mi va affatto bene”- “ha ragione giudice ma potrà capire da solo che le difficoltà sono enormi e poi i giornali hanno sempre scritto male di me,  sul mio modo di risolvere i casi, tuttavia per il momento non ci sono novità rilevanti da poter comunicare, le vittime non avevano nulla in comune se non il tatuaggio, per ora è realmente l’unica cosa che posso dirle”- “è un po’ pochino non trova?” continuò Ferrara: “le darò ancora un po’ di tempo ma poi il caso potrebbe esserle tolto, mi dispiace, anche perché da quanto ho saputo, comincia ad essere coinvolta in prima persona, ci siamo capiti?”- “sì giudice, cercherò di fare del mio meglio affinchè questo non accada glielo assicuro”; lo accompagnò alla porta dell’ufficio ma era colma di rabbia, chi era quell’uomo per poterla giudicare una incapace? Aveva risolto casi molto più difficili di questo ed ora lui si permetteva di darle un ultimatum, era difficile da accettare.
Doveva fare in modo di risoverlo, di trovare un collegamento, quel tassello che mancava per completare il puzzle, e doveva trovarlo al più presto; “posso Becca?” una voce femminile la portò nuovamente sulla Terra, era Erika: “ti ho portato una camomilla, immaginavo che dopo la visita di Ferrara, ti potesse aiutare”- “grazie sei molto gentile, credimi ho dentro una tale rabbia, e sto malissimo per Cathy, ma non voglio che si possa anche lontanamente pensare che ora che sono coinvolta in prima persona possa essere alterata la mia percezione delle cose, non è assolutamente vero”- “lo so, ti capisco ma vedi lui è un giudice e certe cose deve dirtele ma sa benissimo che sei un ottimo commissario, vedrai che presto arriveremo a scoprire la verità”- “ lo spero davvero”.
Rosa era in macchina e pochi metri la allontanavano dalla meta, la casa di Emilio Lamberti, l’uomo che, da quanto diceva suo padre, avrebbe potuto aiutarla;  non si trattava di una casa qualunque, era una villa ed anche molto bella; arrivò al cancello ed entrò nel vialetto circondato da aiuole meravigliose, poi un uomo la fermò: “Chi cerca?” – “sto cercando Emilio Lamberti, mi chiamo Rosa Mainati, può chiedergli se possa ricevermi?”- “un attimo” si allontanò nell’ingresso e girò a destra, quel posto era meraviglioso, non credeva che suo padre conoscesse persone così ricche, e poi quel nome non lo aveva mai sentito.
Dopo cinque minuti lo stesso uomo di prima tornò verso di lei ma non da solo, accanto c’era un altro soggetto, che poteva avere sui sessant’anni: “Rosa, non ci posso credere, finalmente ti conosco” la abbracciò con affetto sincero ma lei rimase ferma dopotutto non sapeva chi fosse e come mai le volesse così bene: “vieni andiamo dentro e beviamoci un buon tè”.
Il salone era stupendo, ogni angolo era tapezzato di quadri  di autori importantissimi, tutto era pregiato, anche le tazze dove la cameriera stava versando il tè, aveva quasi paura di poggiarvi sopra le sue labbra: “ sai Rosa mi stupisce molto la tua visita, non pensavo nemmeno tu sapessi della mia esistenza”- “in realtà è stato mio padre a parlarmi di lei”- “ti prego cominciamo molto male così, dammi del tu, e come mai ti ha parlato di me? Questa cosa mi fa pensare male, insomma cosa è successo?”- “lui non sta bene, ha avuto un ictus ed è ricoverato, ha difficoltà motorie e non riesce a parlare ma quando sono andata da lui a chiedergli aiuto, mi ha scritto il suo nome ed i suoi recapiti, avrà capito di cosa sto parlando, immagino che ci sia una cosa sola che vi abbia legato in questo modo”- “ sì, comincio a ricordare, ma vieni con me, andiamo nello studio, qui ci sono troppe orecchie che possono ascoltare”.
“Tuo padre ed io eravamo molto amici, ci conoscevamo da quando eravamo piccoli, e lui una volta mi ha salvato la vita; volevamo fare un bagno nel fiume ma senza rendercene conto la corrente ci stava trascinando lontano; lui si aggrappò ad un ramo ma io ero molto più fragile e non ci riuscii subito; fu lui a prendermi e portarmi sulla terraferma, da allora ci legò qualcosa di profondo; tuttavia le nostre strade col tempo si divisero, lui divenne medico, io cominciai a lavorare nell’azienda di famiglia e non sapemmo più nulla l’uno dell’altro ma i nostri numeri telefonici li conoscevamo bene così  una notte mi chiamò a casa, mi chiese aiuto per disfarsi di un corpo, e io lo aiutai; avevo delle conoscenze e tutto si risolse in breve tempo; quell’uomo orribile scomparve, puff come se non fosse mai esistito”.
“Qualcun altro però conosce questa storia, ecco perché sono qui, da un po’ di tempo ricevo telefonate e messaggi anonimi da una persona che sa tutto, ho paura” la sua voce tremava, non era abituata a parlare di quell’argomento, era come se le parole le si bloccassero in gola.
“Quello che mi dici è assurdo, è impossibile che qualcuno sappia ciò che è accaduto anni fa, hai con te i messaggi che ti ha inviato?”- “sì, è un biglietto ma non ci sono impronte, l’ho già fatto analizzare”- “tu dammelo comunque, non sempre sono impronte o residui che vanno cercati” si alzò dalla poltrona e le poggiò una mano sulla spalla: “non ti preoccupare Rosa vedrai che troveremo chi ti sta facendo questo”.
Quando entrò in macchina si sentiva confusa, chi era quell’uomo per poter essere in grado di risolvere tutto quello che la preoccupava? Che genere di persona poteva far scomparire un uomo nel nulla? E perché suo padre si fidava così tanto di lui? Troppe domande le ronzavano nella mente ma nessuna risposta spuntava per riuscire a spianarle la strada, era tutto troppo torbido per vederci qualcosa.
La sua personalità di poliziotta però le chiedeva di non fidarsi completamente di quell’uomo, voleva scoprire qualcosa in più sul suo conto; perché aveva aiutato suo padre a compiere quel gesto, solo perché era stato salvato da piccolo? Era troppo poco e non la convinceva come versione dei fatti.

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