sabato 18 giugno 2011

CAPITOLO 16

Non era certamente il momento più adatto per prendersi dei giorni di ferie ma per Rosa quella era una cosa importantissima ed era riuscita a convincere Becca che si trattasse di problemi familiari; si trattava di una scusa ma non più di tanto, quello che le stava accadendo era sicuramente un problema che affondava le radici nella sua famiglia.
La casa dove abitava da adolescente, dove era stata fino ai diciotto anni, sorgeva nella periferia di Roma ma non era convinta che suo padre vivesse ancora lì; era come se dopo quel doloroso episodio avvenuto, il legame che li univa si fosse spezzato; nessuno era più tornato su quella notte, quella maledetta notte in cui tutto era cambiato ma entrambi sapevano che non poteva essere cancellata con un colpo di spugna. Ecco perché appena raggiunta la maggiore età aveva deciso di andarsene, studiare all’università ed entrare in polizia ma lui, non sapeva nulla di questo, si erano sentiti solo pochi mesi dopo la sua partenza ma poi il padre si rese conto che non doveva cercarla più; all’inizio non rispondeva al telefono, poi pian piano nemmeno alle sue lettere insomma aveva deciso di escluderlo dalla sua vita pensando in quel modo di allontanare anche il passato, o meglio, un episodio del passato che l’aveva ferita tanto.
Ma mai come ora si rendeva conto che dal passato non si può scappare perché anche se dopo tanti anni, anche quando sembra che la propria vita si sia trasformata completamente, eccolo tornare alla tua porta, bussando prima lentamente e poi in maniera sempre più forte fino a quando non sei obbligata ad aprire.
Il viaggio in auto non era durato tanto ma a lei sembrava una eternità, non vedeva l’ora di avvistare quella villetta, la sua villetta. Era rimasto tutto identico a come lo aveva lasciato: lo stesso giardinetto, la struttura identica, solo un po’ invecchiata, forse l’unica cosa diversa era il colore del cancello, tuttavia  sembrava disabitata.
Mentre osservava dall’esterno, senza avere il coraggio di bussare il piccolo citofono disposto poco distante dalla cassetta delle lettere, una voce di donna la fece quasi sobbalzare: “Se cerca il signor Mainati, non c’è, non vive più qui,ormai saranno più di sei mesi”; quel timbro le era familiare, aveva già sentito quel tipico accento lombardo: “signora Lettieri ma è proprio lei, non si ricorda di me?”. Era una donna sulla sessantina, prese gli occhiali che aveva in una tasca e li inforcò cercando di mettere bene a fuoco la splendida ragazza che aveva davanti: “non ci posso credere ma sei proprio tu Rosa, piccola Rosa ma quanto ti sei fatta bella, non ti avevo riconosciuta” la abbracciò e la accarezzò come fosse ancora la piccola che giocava nel suo giardino quando il padre era al lavoro.
“ Ma quanti anni sono passati? Mi sembra ieri che ti divertivi a nasconderti e farmi venire un colpo ogni volta credendo dove fossi finita e poi mi comparivi alle spalle e mi abbracciavi forte forte, ma come mai sei venuta qui?” lei sapeva che con il padre non c’erano buoni rapporti ed aveva perso le sue tracce; tuttavia non ne conosceva le ragioni ed inoltre non aveva mai chiesto nulla né a lei né a suo padre: “ero venuta da papà, sono anni che non ci sentiamo ma credevo abitasse ancora qui” il volto di Maria si oscurò improvvisamente, non riusciva nemmeno a parlare: “io credevo sapessi che tuo padre non abita più qui perché si trova a Villa Grimaldi”. Vila Grimaldi era una clinica, Rosa non aveva il coraggio di sentire il seguito di quelle parole: “tuo padre ha avuto un ictus pochi mesi fa e da allora non si è più ripreso, ha difficoltà motorie e non parla quasi più, così è stato ricoverato in questa clinica, mi sono permessa di occuparmene perché tra noi c’era stato un accordo, qualsiasi cosa gli fosse successo io lo avrei aiutato; vado da lui ogni due giorni, ma lo trattano bene, io non pensavo che tu non ne sapessi nulla. Credevo ti avesse mandato una lettera per dirtelo, non so proprio cosa dire credimi”.
Il viso di Rosa era diventato ceruleo, non credeva alle sue orecchie ma dopotutto cosa si aspettava? Era stata una figlia orribile, suo padre si era sacrificato per lei, la aveva aiutata e l’unica cosa che era riuscita a fare era stato scappare via da tutto e tutti senza avere il coraggio di affrontare i suoi problemi.
“Io sono stata una figlia orribile, orribile” scoppiò in lacrime e Maria la abbracciò cercando di farla riprendere ma era inutile, singhiozzava come un bambino: “Ti prego Maria portami da lui, io devo vederlo”.
Villa Grimaldi era una di quelle cliniche  da ricchi, e sì perché anche molte persone dello spettacolo si ritiravano tra quelle mura, magari per riprendersi da esaurimenti nervosi. Per quanto riguardava il trattamento, suo padre aveva di sicuro quello migliore; ma come ogni gabbia dorata, al suo interno nascondeva tanta malinconia e tristezza; poteva anche costare tanto, avere l’equipe migliore, ma la sostanza non cambiava.
Erano arrivati al secondo piano e solo due passi la separavano da lui, suo padre, l’uomo che per anni, soprattutto dopo la morte di sua madre, era stato un eroe, che la coccolava quando era triste ma la sgridava se la vedeva abbattuta: “una Mainati non può abbattersi, noi affrontiamo sempre a testa alta i problemi” le diceva. Forse all’inizio le era sembrato troppo esigente ma col tempo era riuscita a capire che ogni cosa le dicesse era solo e soltanto per il suo bene.
“ Ce la fai a vederlo?” disse Maria, riportandola in un attimo con i piedi per terra, alla realtà: “sì ce la faccio, devo farcela”; entrò lentamente, senza fare acun tipo di rumore e vide una sedia a rotelle di spalle, rivolta verso la finestra, con un uomo seduto, e lo riconobbe subito, la fisionomia, l’imponenza, nulla poteva scalfire la sua persona, nemmeno anni e malattie. Aveva un blocco in gola, non sapeva nemmeno cosa dire: “papà” fu l’unico termine che si sentì di pronunciare.
La sedia si girò ed un volto provato ma bellissimo, con due occhi grandi e azzurri la osservò; era emozionato, contento, ed avrebbe voluto gridare la sua gioia ma non poteva; i segni dell’ictus e la paralisi che gli impediva di parlare erano evidenti ma talvolta le parole servono a poco. Rosa si avvicinò a lui e lo abbracciò con delicatezza, aveva tanta paura di potergli fare male.
Era come se in un attimo tutto quello che doveva dirgli si fosse dissolto, aveva quasi dimenticato le ragioni che l’avevano spinta ad andare da lui, si sentiva protetta come quando era piccola; quelle minacce, quella persona che sapeva il suo segreto, mentre lo abbracciava le sembrava che nessuno potesse farle del male.
Rimasero un po’ a guardarsi, ma poi suo padre prese un foglio ed una penna che custodiva nel comodino e cominciò a scrivere: “Mi sei mancata tantissimo, mi dispiace non averti avvertita di quello che mi è successo ma non volevo farti del male, scusami” lesse Rosa ad alta voce e continuò:”cosa è successo? Se sei qui da me è perché sei venuta a casa, come mai, che cosa ti hanno fatto?”- “nulla papà non ti preoccupare non è il caso che ti agiti”: “il lavoro va bene? Ho sentito tanto parlare di te, sei il mio orgoglio” continuò a scrivere il padre con la mano tremante; tuttavia Rosa doveva dire qualcosa a lui, sapeva che doveva raccontargli il motivo di quella visita ma non sapeva come fare e soprattutto cosa chiedergli; prese anche lei carta e penna e scrisse: “Qualcuno ha scoperto tutto, ho paura”.
Il viso del padre mutò espressione  ma poi tornò a scrivere sul foglio ed alle parole precedenti aggiunse: “Vai da Emilio Lamberti, lui potrà aiutarti”; sotto erano indicate tutte le informazioni utili per poterlo raggiungere. Un bacio sulla guancia servì più di mille grazie.

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