Bisognava scoprire tutto di Alberto Simonetti, un uomo del genere non poteva assolutamente essere pulito al cento per cento di sicuro aveva qualche scheletro nell’armadio che aveva tentato di nascondere, ma bisognava capire quale fosse e soprattutto che genere di legame ci fosse con la povera Elena, una semplice psicologa che cercava di fare il suo lavoro al meglio.
L’orologio davanti a lei scorreva sui secondi, poi sui minuti e sulle ore ma non riusciva a cavare un ragno dal buco come si suol dire e sulla sua porta nessuno bussava per darle qualche bella notizia; improvvisamente però sentì delle dita che leggermente la sfiorarono: “E’ permesso” Erika entrò con la solita attenzione e delicatezza ma di certo non poteva avere lei quello che Becca aspettava con tanta ansia.
“Ho fatto qualche ricerca sull’azienda di Simonetti, la storia che ci ha raccontato della crisi che viveva nel periodo della morte di Elena è vera ma il caro Alberto non ci ha spiegato le origini di tali problemi”- “cioè?” chiese Becca incuriosita “cioè, c’era una indagine in corso per riciclaggio di denaro sporco che lo vedeva coinvolto in prima persona, le accuse sono poi cadute ma recuperare credibilità verso i clienti non è stata una cosa molto semplice”- “potrebbe essere che il caro Simonetti abbia fatto qualcosa o abbia raccontato qualcosa direttamente a lei, e quest’ultima avesse intenzione di raccontarlo, dopotutto non sarebbe la prima volta”.
“Tutto sta nel dimostrarlo e non penso sia una cosa facilissima, soprattutto quando una persona torna ad essere pulita come se nulla fosse” disse Erika un po’ preoccupata “volevo poi dirti un’altra cosa, leggendo l’agenda ho notato un’altra ragazza, si chiama Alessia, e da quanto appare tra gli appunti, penso abbia subito violenze, con Elena si stava creando un forte legame, potrebbe portarci da qualche parte, abita in Via Lucrezi, potremmo farle una visitina, che dici?”- “dico che è un’idea interessante, dopotutto ogni indizio in più potrebbe aiutarci”.
Alessia Vinardi era una ragazza di 25 anni molto bella con due occhi azzurri e grandi con una forte luce che circondava la sua persona; il suo sguardo divenne molto triste quando scoprì la natura di quella visita: “Sapete pensavo che col tempo quella storia me la sarei lasciata alle spalle e devo dire, soprattutto dopo la morte di Elena, ma a quanto pare non è così, dal passato non si fugge”- “Vedi Alessia noi non siamo qui per farti ricordare quei brutti momenti ma solo per capire se tu possa sapere qualcosa sulla morte di Elena, sappiamo quanto tu fossi legata a lei, da quanto abbiamo letto stavi facendo dei progressi”- “sì è vero è grazie a lei se adesso sto bene, mi sono ripresa da quello che ho passato, dopotutto sono riuscita a far uscire tutto il marcio che avevo dentro, e stavo cominciando a ricordare anche chi mi aveva violentata”- “cosa? Puoi spiegarti meglio?”- “quando venni violentata non riuscii a fare un identikit dell’uomo che mi aveva aggredito, mi sembrava una nube nera davanti agli occhi ma poi pian piano grazie alle sedute con Elena quella nebbia si stava dissolvendo e stavo cominciando a ricordare qualche particolare che mi riconducesse a lui”- “ e come mai non hai parlato con la polizia?”- “perché non avevo ancora degli elementi determinanti, ricordavo soltanto una camicia con un simbolo, un tulipano rosso, e due occhi azzurri e poi non mi ricordo più nulla, solo che quella cosa sembrava avere attirato la sua attenzione”- “di Elena?” intervenne Becca “sì di Elena, quando glielo dissi mi sembrò stranita, ma non so se fosse per questo o per un’altra ragione”- “e non ricordavi più nulla di lui?”- “no onestamente no, poi dopo quella volta gli appuntamenti con Elena si sono diradati, e poi è successo quello che sapete e che a quanto pare non è stato un incidente”- “va bene grazie per la tua disponibilità”.
Tra Becca ed Erika ormai uno sguardo bastava più di mille parole, entrambe collegavano le parole della ragazza con la figura di Alberto, se la ragione della morte di Elena non era da ricollegarsi alla sua azienda allora doveva per forza entrare qualcosa nella violenza della ragazza; tutto però doveva essere dimostrato, sospettarlo non sarebbe bastato a farlo andare in galera. Ora come ora tutto poteva essere utile come tutto poteva non esserlo; poi quando arrivò in ufficio, Berti le venne incontro con in mano un foglio che dal suo sguardo sembrava essere importante.
“Commissario, il signor Simonetti è stato in cura presso una clinica prima di cominciare a vedere Elena, veniva da una fase dedita ad alcol e droga, poi sembra che ne sia uscito completamente ma a quanto pare aveva ancora bisogno del supporto di una psicologa se continuava ad andare dalla dottoressa”.
Anche se all’apparenza quella notizia poteva non dimostrare nulla in realtà non era del tutto così, perché se Alberto aveva avuto problemi di droga ed alcol, probabilmente avrebbe anche potuto violentare qualcuno durante quel periodo. Se poi quel simbolo della camicia fosse stato collegato a lui, le possibilità aumentavano di netto.
“Senti Berti facciamo una ricerca su camicie sartoriali con il simbolo del tulipano rosso, vedi un po’ quello che trovi, potremmo essere fortunati e vedere chi le fa, magari non si tratta di una marca, anche perché a me non sembra ce ne siano in giro, comunque vedremo cosa uscirà”.
Intanto Rosa era sul letto, molto stanca e debilitata, il suo arrivo nel commissariato doveva essere un passo importante della sua vita, ammirava tantissimo Becca, ne aveva sentito parlare e sognava di diventare come lei, ma a quanto pare non era scritto nel suo destino di poter vivere serenamente e soprattutto di poter lavorare tranquillamente. Quel semplice bigliettino la aveva completamente sconvolta.
Piano piano nella sua mente cominciava a farsi nitido quel cielo che lei fino a quel momento aveva voluto oscurare, come se fosse sopraggiunta improvvisamente una eclissi, che durava ormai da più di dieci anni.
Era sdraiata sul letto in camera sua, leggeva un libro che le aveva comprato suo padre in un mercatino, Dio quanto adorava andare in giro con il suo papà; Aldo, era un famoso dottore ma con lei era semplicemente un eroe, il classico uomo che ti risolve tutti i problemi. Sua madre invece era morta quando lei era molto piccola, un male incurabile che nemmeno il suo papà aveva potuto evitare. Quella sera il padre aveva il turno di notte e lei si annoiava molto quando stava da sola ma dopotutto non poteva fare altrimenti. La loro villetta sorgeva in periferia e la notte faceva un po’ paura ma lei era tranquilla perché da quelle parti non succedeva mai nulla di preoccupante.
Il suono del citofono la ridestò, leggendo si era quasi addormentata, guardò l’orologio, erano le dieci e mezza, un orario un po’ strano per una visita. La voce che le rispose era quella di Beppe, un amico del padre e anche suo collega di lavoro; con la scusa di avere bisogno di alcuni documenti si introdusse in casa e si fece accompagnare da lei nello studio. Nulla poteva far presagire quello che di lì a poco sarebbe successo. Cominciò ad avvicinarsi a lei, sempre di più riempiendola di complimenti, la accarezzava, la toccava, sembrava un mostro. Beppe l’aveva cresciuta e lei si fidava di lui, ma sembrava essersi trasformato. Il suo corpo forse era cambiato non era più quello di una bambina e questo probabilmente nella sua mente malata aveva fatto scattare qualcosa di strano. Rosa cercava in ogni modo di scostarlo da lei, si dimenava e provava ad urlare ma sapeva bene che nel posto in cui si trovava nessuno la avrebbe sentita e questo anche lui lo sapeva, poi la fece salire sulla scrivania, e fu allora che lei ebbe un lampo, lo aveva visto fare anche nei film ma forse non si rendeva nemmeno conto di quello che poteva succedere: prese il tagliacarte dal tavolo e glielo conficcò nelle spalle. Non sapeva cosa poteva essergli successo ma scioccata, si scostò dal suo corpo che rimase accasciato sulla scrivania e si sedette con le ginocchia tra le mani a terra, vicino al mobile vetrato.
Le ore passavano ma lei non se ne rendeva nemmeno conto, poi all’improvviso sentì le chiavi girare nella toppa, e dei passi che si avvicinavano a lei ma non riusciva a muoversi: era suo padre. Non sapeva né poteva immaginare quello che fosse successo ma di una cosa era sicuro: quel corpo doveva sparire. Fece tutto da solo, lei era lì rannicchiata senza parlare, ma l’unica cosa che ricordava era che si risvegliò nel suo letto, con la sua camicia da notte e che quando scese di sotto il padre la aspettava per il pranzo.
Mentre la sua mente si apriva ai ricordi, una telefonata la riportò al presente: “E’ inutile che scappi dalla verità, io so tutto e presto verrai punita per quello che hai fatto”.
La voce era falsata e non poteva immaginare chi fosse ma quelle parole erano chiare e le erano entrate nel cuore come una pugnalata, forse proprio come la stessa pugnalata che lei aveva inferto anni e anni prima.
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